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¿Qué resto de la operación de John Fitzgerald Kennedy? La domanda ricorre da decenni con regolarità in fondo sorprendente eppure già di per sé emblemática: come se ci si dovesse continuamente dar ragione di una presenza che col tempo si rafforza invece che affievolirsi.
Ricorre este año el 60° aniversario de la muerte del más joven presidente della storia statunitense e con largo anticipo sulla data sono ancora emerse nuove voci relativa alla controversa vicenda del suo asesinato, che poco o nulla hanno in realtà aggiunto al desiderio di maggior chiarezza sui fatti accaduti a Dallas el 22 de noviembre del 1963. Paul Landis, un agente dei Servizi Segreti quel giorno al seguito della decapottabile del presidente, ha pubblicato il 10 ottobre scorso un libro di memorie dal titolo molto atrapando, El testigo final (El último testimonio) la cui anteprima era già stata data in pasto alla stampa di tutto il mondo a settembre per il lancio del volume.
Landis, ormai 88enne, dichiara di aver udito tre colpi e non due (come sostiene la versione ufficiale) e di aver raccolto personalmente sul sedile dell’auto presidenziale la “bala mágica”, la pallottola che, secondo le ricostruzioni ufficiali, avrebbe mágicamente colpito con un astruso percorso sia Kennedy sia il gobernador de Texas John Connelly fugando porque i dubbi su come potessero corrispondere due soli colpi di fucile al numero di ferite causati. Landis avrebbe poi posato il proiettile in questione sulla barella di Kennedy e non su quella di Connelly dove, agli atti, risulta invece esser stata trovata: tutta una serie de conclusiones ne verrebbe messa in discusione.
Ora: a parte il fatto che molti commentatori si sono affrettati a mostrare come la nuova versione dell’anziano agente faccia acqua da non poche parti, risulta evidente che essa porta in gioco dettagli, magari non irrilevanti, ma che paiono lontani dal risultare particolarmente rivelatori .
Ciò che semmai rivela esta ennesima versión del Asesinato más asqueroso (come lo chiama Bob Dylan, citando a Shakespeare, en una sua struggente ballata del 2020) es el deseo colectivo de vivir continuamente el mito de la trágica parábola kennediana.
Esto, a mio parere, è il punto: il mito. Se i miti sono le grandi narrazioni che danno ragione della convivenza degli esseri umani all’interno di comunità che condividono una visione del mondo e il senso storico della propria cultura, ben si comprende perché JFK sia conficcato al centro di una costruzione mitica che contribuisce a Fomentar la política occidental contemporánea.
Si badi bene: niente di tutto questo dovrebbe restituire un’immagine 'santificata' del re della nuova Camelot (come venne definito – probablemente sulla spinta di una intuizione della Primera mujer Jacqueline – il circolo di uomini politici e intellettuali che ruotava attorno ai due fratelli Kennedy, John y Bob). Non sono le qualità interiori e più profonde dell’uomo Kennedy a entrare in gioco: se ne può discutere, naturalmente, a favor o contro, ma non sirven qui farlo.
Sono le sue doti politiche che rilevano, e una in particolare: la capacità di incarnare nella propria persona ma ancor più nelle proprie parole (e nel modo di pronunciarle) lo Spirito del tempo.
John Kennedy seppe navigare destreggiandosi tra i forti venti che battevano il mare tempestoso eppur appassionante della politica del dopoguerra: giovanilismo, pacifismo, esperanza de cambio, arroz de “nueva frontera” che dessero senso all’esistenza di una generazione nel suo complesso così come dei singoli individui che la componevano. Gli uomini del suo entourage (il fratello Bob avrebbe avuto in ciò un ruolo tutt’altro che irrilevante) seppero trovare le parole per terrible quella temperie storica e lui seppe farle proprie in maniera credibile, incarnandole nel proprio personaggio: non importa granché, in questa sede, se le adottò anche nel proprio intimo ea guida del suo agire privato e personale. I suoi discorsi e la sua presenza publica rimangono indimenticabili e ci rammentano qualcosa che stiamo semper più dimenticando: che in politica dovrebbe esistere un uso Alto della parola, quello che gli antichi ritenevano inervato addirittura di sacralità.
Se è del valor histórico del hombre político que estamos hablando, valore destinato a conservarsi pressoché inossidabile al trascorrere dei decenni, fu quindi soprattutto grazie a este che Kennedy si fece simbolo, e mito, di un tempo a proprio modo irripetibile: saper dare corpo al valore alto ed emotivamente leggendario della politica. Né la sua morte improvisa, violenta e sotto gli occhi di tutti, rituale anch’essa nei suoi toni tragici, fu irrilevante, avendo avuto la conseguenza di consegnarlo joven para siempregiovane per sempre, e assai più inocentee di quel che realmente era (come avviene a tutti gli “agnelli sacrificali”, così lo definisce semper Dylan) a una memoria planetaria commossa e dunque istintivamente disposta all’indulgenza.
Il più giovane presidente degli Stati Uniti.
Basta davvero poco para percibir la diferencia abissale che si è scavata in un sessantennio fra il piglio con il quale il quarantenne John Fitzgerald Kennedy cavalcava la tigre dei ruggenti años sesenta ei passettini incerti con i quali l’ottantenne Joe Biden sale insicuro la scaletta dell’Air Force One para arrancare dietro le incalzanti inquietudini dei nostri anni.
¿Vogliamo un’unità di misura per la nostalgia che finisce così frecuentemente per ammantare la memoria della fiabesca Camelot kennediana? Pensiamo ai due anni di pandemia mondiale che abbiamo appena attraversato e cerchiamo di ricordare quale leader sia stato capace di trovare parole alte per accompagnare un’umanità desorientata e impaurita attraverso il dramma che si trovava di fronte: probabile che ci si affaccerà alla mente un vuoto desolado.
Nessuno ha saputo ricoprire il ruolo di guida, tutti hanno perso un’occasione epocale di passare alla storia (o anche solo di guadagnarsi un credito simbolico che si sarebbero potuti gastare per anni e anni).
Ricordiamolo, quel vuoto. Osserviamolo con attenzione: ha molto da dirci.
paolo colombo
Paolo Colombo es profesor ordinario de Historia delle Istituzioni politiche nella Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, paloma insegna anche Storia contemporanea. Da anni lavora sul rapporto tra Storia e narrazione e, insieme a Chiara Continisio, organizza in luoghi d’eccellenza milanesi (come la Basílica de Santa María delle Grazie, el Museo Diocesano, el Teatro Litta, el Teatro Ariberto, el Teatro Carcano, etc. .) «Storiaenarrazione», cicli di lezioni aperte al pubblico il cui Successo è andato in continuo crescendo. Autore di numerosi saggi e monografie, colabora regularmente con RaiStoria y Rai3, ha escrito artículos para «La Gazzetta dello Sport» y pubblicato romanzi per ragazzi para «Il Battello a Vapore» di Piemme Editore. En 2020 è uscito per Vita e Pensiero con “History Telling. Experimentos de historia narrada”.
fuente: Vita y Pensiero Plus 149
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